20/08/2008
La psicologia dello sport
La concentrazione nell’esecuzione dei tiri liberi nella pallacanestro, saper mantenere la calma nel tirare un calcio di rigore, la forte motivazione che sostiene l’atleta nella maratona, l’abilità di eliminare i fattori di distrazione e di prestare attenzione solo al percorso nello slalom speciale dello sci alpino: queste sono solamente alcune delle caratteristiche psicofisiche che contribuiscono al successo di un atleta o di un’intera squadra e che portano al risultato.
La psicologia dello sport si differenzia dalla psicanalisi e dalla psicologia clinica per i suoi fini e le sue metodologie: non è una psicologia del profondo che opera alla ricerca di una psicopatologia, ma è piuttosto una psicologia dell’azione che si pone come obiettivo la comprensione a 360° dell’uomo e della sua preparazione sportiva.
Oggi ogni atleta sa quanto sia vero che il primo reale nemico da battere è il fantasma della paura, dell’insicurezza, della bassa stima di sé, prima ancora dell’avversario. Il quesito più impellente posto dai tecnici e dagli atleti allo psicologo, come spesso al fisiologo o al medico è: “Come posso compiere prestazioni sempre più eccellenti?. In tale contesto la psicologia dello sport si è trovata a una lineare e continua crescita fisica e mentale, attraverso un lavoro che dura anni, per tutta la carriera agonistica dell’atleta.
Dunque essere operativi nell’ambito dello sport significa sviluppare un programma di allenamento per la mente, al pari dei programmi di allenamento fisico; ma ancor prima significa lavorare s quegli elementi che costituiscono la base psicologica di un atleta, e che gli permettono di utilizzare la meglio le proprie risorse, attraverso un opportuno allenamento mentale.
a cura di Tiziana Angela Recchia, consulente e rebirther
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