14/04/2008
"Non so se vorrò uscire di qua!". Dialogo interiore.
Non so se vorrò uscire di qua.
Comunque sento già le voci, le so già distinguere, e anche i passi so già riconoscere, so già a chi appartengono. Questi per esempio sono di mio padre, sta entrando in questo momento e sento che l’atmosfera è già cambiata come un interruttore che si è spento, un allarme allertato. Attenzione! Le mie sorelline hanno già imparato a captare i segnali e funzionano bene come brave scimmiette ammaestrate.
Voci abbassate, tutto tranquillo quando entra papà. Non c’è pericolo in questa casa, è tutto sottocontrollo, toni pacati, bandito ogni eccesso di allegria, proibito farsi male. Solo ogni tanto qualche litigata, seguita da lunghi musi e tesi silenzi.
Non so se vorrò uscire di qua.
Questo posto è sicuro, ma comincia a starmi stretto, non ho una vita mia; soffro delle sofferenze di mia madre, gioisco delle gioie di mia mamma, piango le lacrime di mia mamma; ingoio le sue delusioni e frustrazioni, ogni tanto vorrei strozzare questo cordone ombelicale e interrompere questo via vai.
Che strano, pensare che già mie sorelle sono passate di qui; come ci saranno state, a cosa pensavano, cosa provavano; magari se cerco bene hanno lasciato una traccia del loro passaggio, qualche scarabocchio sulla parete dell’utero, un disegno, un sos… Sono state contente di uscire?
A volte il silenzio mi fa paura, mi immagino chissà quali catastrofi terribili; poi basta un suono, una voce e mi rassicuro.
Altre volte desidero violentemente quel silenzio, non vedo l’ora che smettano di parlare e se ne vadano a letto.
Non so se avrò voglia di uscire.
Sono ospite in casa di mia madre e magari anch’io prima o poi ospiterò qualcuno. Sarà così tutta la vita, un susseguirsi di gesti di ospitalità?
Ad alcuni offrirò il mio corpo, ad altri la mia casa, ai miei figli l’utero, ad altri la mia mente, ad altri ancora il mio cuore, magari si svolgesse tutto così ordinatamente, me lo sento che sarà tutto tremendamente mescolato. Ci sarà un via vai incessante di porte aperte, porte sbattute, porte socchiuse, porte spalancate.
Non credo riuscirò mai a chiudere definitivamente qualcuno fuori dalla porta. Qui si aprono poche porte. L’aria è viziata: pochi possono entrare e sono sempre gli stessi. A volte sento anche ridere, ma poi ci si ricompone in fretta.
Mamma cerca di uscire di tanto in tanto, ma trova sempre la porta chiusa, come un uccello capitato per sbaglio in un ambiente chiuso e che non riesce più a trovare la strada per ritrovare gli spazi aperti.
Infatti, papà chiude tutto, tutto lo spaventa; deve essere tutto sottocontrollo, registrato; non sono ammessi fuori programma.
Da quali regioni impervie gli deriveranno tutte queste paure? Nuvole sempre più nere si ammassano su di lui fino quasi a soffocarlo, perché non fa qualcosa per mandarle via?
Non so se vorrò uscire di qua.
E’ strano, a volte sembrano quasi una famigliola felice, ma avverto voli di uccelli sinistri che ora planano ora si allontanano da loro, come se un terribile uragano si stesse avvicinando o qualche vulcano si stesse risvegliano. Loro sembrano non accorgersi; ecco adesso mi fanno pena, sento che non ce la possono fare.
Non posso più stare ad aspettare: è arrivato il mio momento, il mio posto è là.
a cura di Tiziana Angela Recchia, consulente e rebirther
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